IL MAGICO MONDO DI OZ - FIBRARTE CULTURA

20 MARZO 2019 Teatro Obihall di Firenze
consigliato: 3-10 anni

Sorprendenti Coreografie
un corpo di ballo di 11 elementi
più 50 coloratissimi costumi 13 performers straordinari
16 tecnici e creatives
un MUSICAL INDIMENTICABILE!!!

 

COMPAGNIA TEATRALE
Compagnia delle formiche

GENERE
Musical

DURATA SPETTACOLO
90 minuti

IDONEITA’ CONSIGLIATA
3-10 anni

RITROVO IN TEATRO
60 minuti prima dell’inizio

DATA
20 Marzo 2019-Firenze

ORARIO INIZIO SPETTACOLO
2 turni: ore 10:00 e ore 14:00

 

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IL MAGICO MONDO DI OZ
IL MUSICAL INDIMENTICABILE!

Pronti a scoprire insieme a Dorothy il mondo di meraviglie nascosto oltre l’arcobaleno? Il magico mondo di Oz è l’adattamento teatrale del racconto di L. Frank Baum che ha trasportato generazioni di bambini lungo il sentiero dorato verso la misteriosa Città di Smeraldo. Lasciatevi sollevare da un coloratissimo ciclone di divertimento e magia, ma ricordate: nessun posto è come casa!

Coinvolgente come non mai, il Musical emoziona, commuove e ci fa appassionare alla storia della piccola Dorothy e il suo cagnolino Totò. La piccola con tanta dolcezza e speranza va alla ricerca del sentiero dorato che conduce alla Città di Smeraldi, lungo il percorso troverà anche molti amici: uno Spaventapasseri senza cervello, un Uomo di Latta privo del cuore e un Leone codardo in cerca del suo coraggio e i buffi  abitanti della Città di Smeraldi e lo strampalato Mago di OZ.

Rimarrete a bocca aperta vedendo la Strega che vola ed un finale del primo atto mozzafiato con una grande nevicata sul campo dei papaveri. Non mancheranno grandiose scenografie che si muoveranno magicamente in scena, giganti proiezioni e sorprendenti coreografie.

FINALITA' PEDAGOGICHE

FINALITA’ PEDAGOGICHE
(commento di Luigi Scialanca)

Un tema fondamentale de Il mago di Oz è il rapporto con sé stessi: Come siamo, davvero? Co­me pen­sia­mo (o te­miamo) di essere? Come desidereremmo essere? Come vorremmo diventare?

Ogni lettore o spettatore de Il mago di Oz nota infatti che lo Spaventapasseri, che sostie­ne di es­sere u­no scervellato, è invece molto intelligente; che l’Uomo di Latta, che dice di non avere un cuo­re, è buono e generoso; che il Leone, che si dichiara un pauroso, ha un grande coraggio; mentre il Mago, che si presen­ta come un possente e temibile semidio, è invece un omino spaurito e incapace.

Ciascuno dei tre amici di Dorothy, cioè, ha creduto vera un’immagine di sé molto inferiore alla realtà, che gli ren­de assai difficile scoprire quanto invece sia in gamba; mentre il Mago è riuscito a farsi credere un individuo superiore costruendo e pubblicizzando una fal­sa immagi­ne di sé, che rende molto ar­duo, per Dorothy e i suoi amici, realizzare che non è da lui che potranno ricevere ciò che desiderano.

Neanche Dorothy, a ben guardare, è quella che crede di essere. Né è quella che tutti, nel Kansas, cre­dono che sia. Solo che nel suo caso ci è un po’ più difficile vedere e capire la verità, perché fin dalle pri­me pagine del romanzo (e dalla prima scena del film) abbiamo la sensazione che essa sia dolorosa.

È bello accorgersi che lo Spaventapasseri è dotato di una mente finissima, che il Boscaiolo di Stagno ha un cuore d’oro, che il Leone ha un coraggio… da leone. È piacevole, perché ci fa ride­re, perfino scopri­re che il Mago è un buono a nulla (benché sia spiacevole, al contempo, riflettere su quanto è diffici­le tro­vare qualcuno che possieda davvero la potenza, la saggezza e la volontà di aiutare, e che le ab­bia tutte e tre assieme). Ma la verità di Dorothy fa male al cuore, perché non riu­sciamo a liberarci dal sospetto che coincida con la realtà: che quel che la bambina crede di essere, cioè, sia quel che in effetti ella è.

Dorothy ― apprendiamo all’inizio de Il mago di Oz ― vive con lo zio Henry e la zia Em perché non ha né il papà né la mamma. Sono morti? L’hanno abbandonata? Non ci viene detto, ma capia­mo da soli che, comunque se ne siano andati, ora non son più lì a volerle bene e ad occuparsi di lei. Mentre gli zii, come vedremo fra poco ― che di lei si occupano, le hanno dato un tetto, sfamata, vestita: tutte cose importan­tissime, senza le quali non sarebbe sopravvissuta ― però sono incapaci di amarla.

Dorothy, dunque, ci viene incontro come una bambina umanamente sola. Non ha che un cagnolino, che si chiama Totò. Come Jody Baxter, come Ti-Koyo, come molti bambi­ni abbandonati e sperduti, anche Dorothy non vede intor­no a sé e non può aver a che fare con quel che ci rende umani altrimenti che fan­tastican­dolo nelle piccole grazie e nelle buffe moine di una bestiola amata.

Doro­thy, insomma, vive in un deserto: in un luogo in cui, ovunque si guardi, “non si vede un albero, non una casa, che in­ter­rompa la vasta distesa della campagna ovunque confinante con l’orizzonte;”[1] in cui “il sole ha talmen­te bru­ciato il ter­reno arato da ridurlo come una grande massa grigia, screpolata da sottili fessure. Nem­meno i prati sono verdi, perché il sole ha ina­ridito le cime dei lunghi fili d’erba così da non lasciar scor­gere nulla all’infuori dello stesso color grigio dapper­tutto. Un tempo la casetta era stata dipinta di fre­sco, ma il sole aveva dissecca­to la vernice e le piogge l’aveva­no lavata via, tanto che la casa era ormai di­ventata triste e grigia come tutto il resto”.[2]

Un luogo, dunque, in cui non è possibile, altrove che nell’immaginazione, vedere alcunché.

In questo luogo la zia Em, che un tempo era “una mogliettina giovane e graziosa”, ha perduto “la bella lu­ce viva” degli occhi e il rosso delle gote e delle labbra: si è fatta “di un tranquillo color grigio”, come o­gni altra co­sa, è diventata smunta, sottile, e non ride mai. Tanto che “quando Dorothy venne a vivere da lei, la zia Em fu così sorpresa del riso della bimba, che si mise a gridare stringendosi le mani sul cuo­re”. Del resto, anche lo zio Henry “è tutto grigio, ha un aspetto severo e solenne, non ride mai e non parla quasi mai”. Come stupirsi, dunque, che solo Totò “impedisca a Dorothy di diventare grigia e seria come tutto ciò che le sta attorno”?[3]

Il romanzo, a differenza del film, non autorizza a pensare che all’arrivo del ciclone la zia Em e lo zio Hen­ry[4] si disinteressino della sorte della bambina e non si preoccupino che di salvare sé stessi. Ma quel che pen­sa Frank Baum del loro affetto per Dorothy non pare diverso dal­l’idea che ne ha Victor Fle­ming se nel penultimo capitolo, alla Fata Glinda che domanda: “Cosa posso fare per te, bambina mia?”, fa dire a Doro­thy: “Il mio più grande desiderio è quello di fare ritorno nel Kansas, perché la zia Em cre­derà cer­tamente che mi sia accaduta una disgrazia e vorrà vestirsi a lutto. Ma, a meno che il rac­colto non sia stato migliore que­st’anno dell’anno scorso, son sicura che lo zio Henry non potrà permetter­le questa spe­sa”.[5] Se Doro­thy, cioè, non può immaginare nella zia, per la sua scomparsa, altro dolore che quello di non poter degnamente onorarla indossando, una volta tanto, un abito di­verso da quello da lavoro.

Un grigio deserto di solitudine, anaffettività e mancanza di fantasia: questa è la realtà in cui Dorothy vive. Baum, benché non spenda per descriverla più di tre pagine su duecentocinquanta, non ci permette di giudicarla altri­menti. Fleming, invece, che ci fa passare nel Kansas ben venticinque minuti su cento­uno, pasticcia un po’: i la­voranti sono gentili e affettuosi con la bambina, perfino gli zii sembrano talvol­ta schierarsi dal­la sua parte come se fossero ancora dotati di umana intelligenza e d’amore, e nell’aia c’è addirittura un al­bero, anche se scheletri­to… Ma il gustoso dettaglio che dal carrozzone del professor Me­raviglia si può rientrare nel Kansas solo pas­sando sotto il ghigno inospitale di un teschio, la stupenda can­zone O­ver the Rainbow e soprattutto la radicale contrapposizione tra il bianco e nero della realtà e la vario­pin­ta ta­volozza con cui il regista dà cor­po per noi al regno di Oz[6] ci dicono che anche per lui, come per lo scrittore, il mondo dell’immaginazione (nel Kansas) è molto più umano del mondo reale.

Perché, allora, nel romanzo come nel film Dorothy non desidera che di tornare a casa dagli zii?

Glielo domanda, poco dopo aver fatto la sua conoscenza, anche lo Spaventapasseri:

“Non capisco proprio,” le dice, “perché mai tu desideri di lasciare questi bei luoghi e voglia tornartene in quel paese squalli­do e grigio che chiami Kansas”.

“Perché non hai cervello,” risponde la ragazzina. “Noi gente di carne e ossa preferiamo vivere nelle no­stre ca­se, anche se grige e malinconiche, piuttosto che in qualunque altro paese, fosse anche il più bello del mondo. Non c’è nulla di così bello come la propria casa”.

La replica dello Spaventapasseri è soffusa di sottile ironia. Così sottile che neanche lui la coglie, anzi: sospi­ra, mentre dice: “Già, io non posso capirlo. Se le vostre teste fossero tutte riempite di paglia co­me la mia, probabilmente, tutti voi vivreste nei luoghi più belli e allora il tuo paese sarebbe for­se completa­mente disabitato. È una bella fortuna per il Kansas che tu e i tuoi compatrioti abbiate del cervello”.[7]

Il Leone, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta e il Mago nel regno dell’immaginazione trovano la verità della loro realtà: nessu­no è come credeva di essere, tre sono migliori, uno peggiore. E questo è for­se vero anche per le Stre­ghe dell’Est e dell’Ovest che nel regno di Oz trovano la morte, cioè l’inammissi­bile e in­confessabile verità se­greta di ogni essere fantastico o realmente esistente che per un moti­vo o per l’altro non è riuscito a restare umano. Come non si può escludere, del resto, che la morte sia ciò che attende anche il Mago, se l’aria cal­da di cui è costret­to a servirsi per gonfiare il pallone si raffredderà prima che esso abbia varcato il deser­to[8]. Ma Dorothy no: Dorothy apparentemente non sco­pre mai, nel regno di Oz, che la sua verità non può essere quella che attende di richiudersi su di lei nel Kansas.

Possibile che solo lei non voglia essere più di quel che crede? Che solo lei si accontenti di una realtà senza verità? Che solo lei si rassegni al Kansas? Che solo lei sia davvero come il Kansas?

Ciò che immaginiamo è più potente della realtà in cui ci troviamo e di quella che fac­ciamo? E, se sì, lo è sempre, o solo talvolta? Lo è solo se è più umano della realtà, o talora anche se lo è meno?

(E per finire, visto che sto accumulando parecchie domande senza risposta: chi sono mai ― nel regno di Oz, nel Kansas o altrove ― quelli che hanno aspetto di Streghe, e i cui sudditi sembrano scimmie?)

[1]. Lyman Frank Baum (Chittenango, New York, 1856 – Hollywood, 1919), Il Mago di Oz (1900). Traduzione italiana di Nini Agosti Ca­stellani, Rizzoli, Milano, 1978, p.30.

[2]. Il Mago di Oz, cit., p.30.

[3]. Il Mago di Oz, cit., p.31.

[4] E nel film anche i tre lavoranti di cui il regista li ha provvisti al solo (e inqualificabile, cfr. oltre) scopo di avvalorare alla fine il sospetto che l’avventura di Dorothy non sia stata che un sogno.

[5]. Il Mago di Oz, cit., p.272.

[6]. Contrapposizione che ritroveremo in Pleasantville, dove però sarà di segno opposto: al mondo della fantasia il bian­co e nero (o meglio, per dirla con i Morandini, il grigio-grigio della televisione) e il colore al mondo reale.

[7]. Il Mago di Oz, cit., pp62-63.

[8]. Il Mago di Oz, cit., pp.222-223.

SCHEDA TECNICA

Tipologia:  Musical Regia:  Andrea Cecchi
Realizzato da: Compagnia delle Formiche Idoneità consigliata:  3-10 anni
Ingresso scuole: 9,00 euro (ingresso omaggio tutte le insegnanti) Durata: 90 min circa
Scenografia: Grande scenografia
Numero attori: 10
Membri Orchestra: Non previsti Numero cantanti-ballerini: 8
Numero personaggi interpretati: 10
 Debutto: dicembre 2016

MATERIALE DIDATTICO


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